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Non vuoi gli Ogm?
Allora non mangiare animali
di Marinella Correggia
Se
c'è qualcosa su cui tutti i consumatori sono d'accordo, almeno in Italia
e in Europa, è che non vogliono mangiare cibi geneticamente modificati.
Gli "alimenti Frankenstein" - così sono banalmente definiti - sono dei
mutanti, derivando non da semplici incroci fra varietà della stessa specie
ma da innesti fra specie diverse, perfino fra animali e vegetali!
I rischi per i consumatori sono probabili benché non accertati, quelli
per l'agricoltura sono certissimi: superfici piantate con semi Ogm inquinano
le aree circostanti, e mettono in pericolo la biodiversità. Molte pagine
sono state scritte su quest'argomento, ma c'è un aspetto che pochi conoscono.
E cioè: in Europa e in Italia, dove nemmeno le multinazionali alimentari
osano proporre ai consumatori cibi etichettati Ogm (l'indicazione fra
gli ingredienti è obbligatoria) perché sanno che non venderebbero, ebbene
gli italiani e gli europei che si nutrono di prodotti animali, gli Ogm
li hanno già nel piatto!
A rischio
le scorte alimentari umane
Nonostante i consumatori europei abbiano
respinto con convinzione gli Ogm dalle tavole, l'Italia, come il resto
del nostro continente fa (tuttora) i conti con grosse importazioni di
prodotti geneticamente modificati: i mangimi per gli allevamenti zootecnici
sono il ricettacolo per le esportazioni transgeniche di oltreoceano intercettando
l'80% degli Ogm che entrano in Europa, in gran parte soia.
Soia, mais e colza costituiscono, insieme al cotone, il 98% circa delle
coltivazioni Ogm nel mondo e, mentre diminuiscono progressivamente le
industrie alimentari che ancora ricorrono a materie prime Ogm, il loro
maggiore utilizzo avviene sotto forma di mangimi destinati a pollame,
suini, bovini, pesci.
Secondo la Fao, nel mondo si destinano alla zootecnia 640 milioni di tonnellate
di cereali inducendo una competizione fra cibo destinato al consumo umano
e mangimi che mette a repentaglio le scorte alimentari mondiali: nei paesi
industrializzati il 70% della produzione dei cereali viene dirottato verso
l'alimentazione zootecnica. E quanto è vero per i cereali lo è a maggior
ragione per la soia, integratore proteico principe della dieta zootecnica,
una coltura rispetto alla quale l'industria del transgenico ha conquistato
grandi paesi esportatori quali gli Stati Uniti e l'Argentina, puntando
all'invasione degli allevamenti europei e asiatici. Si può ben capire
come le colture transgeniche rappresentino un freno più che una soluzione
al problema della fame.
Del resto l'Europa (inclusa quella dell'Est) produce il 44% dei mangimi
del mondo per un ammontare di 270 milioni di tonnellate, mentre il Nord
America con il 24% e l' Estremo Oriente con il 22% costituiscono le due
altre grandi aree di produzione. Circa 20 milioni di tonnellate di proteine
provenienti da semi oleosi vengono consumate dal bestiame nei soli paesi
sottosviluppati, alle quali si devono sommare circa due milioni di proteine
di origine ittica. Tali impieghi sono aumentati sensibilmente negli ultimi
venti anni a un tasso decisamente superiore a quello della produzione
zootecnica indicando che viene fatto sempre più ricorso a queste fonti
nell'alimentazione degli animali anche nei paesi sottosviluppati. Pochi
paesi del Sud - Cina, Messico, India, Turchia e Pakistan - coprono per
circa i due terzi tale consumo.
Globalmente, l'alimento animale più importante rispetto alla quantità
consumata è costituito dal mais: nel mondo vengono prodotte più di 500
milioni di tonnellate di mais di cui 2/3 vengono utilizzate per sfamare
gli animali. Negli Stati Uniti - produttore della metà del granturco coltivato
nel mondo - quasi il 90% viene utilizzato nelle stalle impegnando a tal
fine intorno ai 2 milioni di tonnellate. Nei paesi sottosviluppati questi
dati assumono una forma diversa, ma la tendenza è decisamente alla crescita.
Semi
e mangimi: la situazione italiana
Qualche mese
fa, la rivista specializzata "Terra e vita" presentava uno studio
di Nomisma che potrebbe essere utilizzato, capovolto, da chi lotta contro
la diffusione delle manipolazioni genetiche, purché decida un'alleanza
con chi si batte contro gli allevamenti intensivi e l'eccessiva produzione
e consumo di prodotti animali. Lo studio era stato presentato al Convegno
dell'Assalzoo (Associazione nazionale produttori di alimenti zootecnici),
assurta a "notorietà" durante il caso mucca pazza e non sospetta di simpatie
eco-animaliste!
La tesi Nomisma è: il nostro paese non può fare a meno delle colture geneticamente
modificate se vuole alimentare il proprio sistema zootecnico; fanno eccezione
solo il biologico e i prodotti di nicchia. Senza le importazioni di soia
transgenica cadrebbero in crisi gli allevamenti, comprese le celebrate
denominazioni di origine protetta (Dop) salumiere e lattierocasearie.
Di recente, la quota di autoapprovvigionamento in soia si è ridotta ulteriormente:
in Italia fra il 2001 e il 2003 le superfici sono calate del 40% e il
raccolto del 37%.
In Italia è consentita l'importazione di semi di soia e mais Ogm solo
per la trasformazione industriale (produzione di alimenti e di mangimi)
e non per uso sementiero. Ma il 50% delle sementi di mais e il 75% di
quelle di soia sono importate da paesi extraeuropei dove è consentita
la coltivazione di Ogm e il controllo sul grado di contaminazione è praticamente
nullo. Si pensi che per la certificazione delle sementi del 2000-2001
l'Associazione Americana per la certificazione ufficiale di sementi non
è stata in grado di garantire che quelle importate in Europa fossero prive
di tracce Ogm.
Da qui l'evidente responsabilità delle multinazionali agroalimentari che
detengono il monopolio anche della distribuzione sementiera nella contaminazione
accertata nel nord del nostro paese. L'Ense (Ente Nazionale delle Sementi
Elette) che redige, ogni anno, un rapporto sulla disponibilità in Italia
di quantitativi di sementi di mais e soia Ogm Free, ha denunciato che
nel 2002 la disponibilità di sementi di mais Ogm-Free è stata di 5.000
tonnellate pari al 14% del fabbisogno e per la soia di sole 750 tonnellate,
pari al 6% del fabbisogno. Nel 2001 l'AIS (Associazione Italiana Sementi)
ha comunicato al ministro alle Politiche Agricole di non essere in grado
di garantire la fornitura di sementi di mais e soia non contaminata Ogm
sufficiente per il fabbisogno nazionale: che, per la grandissima parte,
si riferisce agli allevamenti. Risulta chiaro, quindi, che per avere soia
davvero bio e Ogm free occorre limitarne il consumo ai soli esseri
umani!
Animali
allevati, cavallo di Troia
Così, per interposto cibo animale, entra
il transgenico nel piatto degli stessi italiani anti-Ogm. Come denunciano
gli opuscoli e gli elenchi di Greenpeace, gran parte dei mangimi animali
sono composti da materie prime geneticamente manipolate. I produttori
non sono tenuti per legge a dichiarare la presenza di Ogm nei mangimi
- mentre lo sono nell'industria alimentare che produce direttamente per
il consumo umano - e così i consumatori non hanno informazioni su prodotti
come pollame, uova, suini, pesci, bovini, latte, formaggi.
L'organizzazione eco-pacifista suggerisce di scegliere prodotti di marche
che si sono impegnate a non utilizzare mangimi transgenici e sottolinea
che la soia non Ogm esiste. Ma, secondo lo studio di Nomisma, la quantità
non sarebbe certo sufficiente a nutrire tutti gli allevamenti. In poche
parole c'è un problema di disponibilità di partner commerciali in grado
di soddisfare una domanda importante di proteine non transgeniche: ormai
sono pochi gli stati che resistono, ha ceduto anche il Brasile.
Quanto alle possibili alternative mangimistiche, cioè le proteine vegetali
sostitutive come il pisello proteico e altre; secondo lo studio queste
non potrebbero essere sufficienti al fabbisogno delle stalle italiane
ed europee. La morale della favola si riassume così: dove c'è carne -
e affini - ci sono soia, mais e altri prodotti Ogm.
Proteine
vegetali e bio
Invece, se la soia Ogm-free italiana o di
importazione fosse impiegata solo per il diretto consumo umano - è una
proteina completa e versatile: latte, "formaggio" e altri preparati, tradizionali
in Oriente e salutari - ne occorrerebbero quantità molto inferiori, insomma
basterebbe. Come spiegano i produttori italiani del circuito Mediterrabio,
un latte di soia biologico tutto italiano, per poter essere certificato
Ogm free subisce analisi dopo ogni fase di lavorazione: dopo il raccolto
(c'è infatti il rischio che pur trattandosi di sementi nazionali e di
metodi di coltivazione biologici, ci sia contaminazione da parte, magari,
di una stessa macchina usata prima per lavorare soia non bio), dopo la
produzione del "latte" sfuso, e infine sul prodotto confezionato.
Oltre che della salute e della biodiversità, la conversione italiana alla
soia "umana" andrebbe poi anche a beneficio dell'Amazzonia e di altre
foreste primarie: spesso infatti le superfici a soia da animali laggiù
sostituiscono gli alberi e tutta la vita che essi proteggevano
Marinella
Correggia è l'autrice del volume Diventare
come balsami e la coautrice di Cucina
vegetariana dal Sud del Mondo.
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