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Idee e testimonianze  

Il piacere di mangiare vegan

La nonviolenza parte dalla tavola

Consumare e produrre senza violenza

Affinché tutti possano,
.. semplicemente, mangiare


Dieta vegetariana e salute

Non agli Ogm?
..Allora non mangiare animali


Come difendere gli animali di casa

Lettera aperta di un animale

I bambini possono essere vegetariani?

L'insostenibilità ecologica degli allevamenti

Vegetariani di ieri e di oggi

Domande ricorrenti

Leonardo era vegetariano?

 

 

 

 


Consumare e produrre senza violenza
di Marinella Correggia


Cruelty-free o "senza crudeltà":questa espressione fa immediatamente pensare al rifiuto di: cosmetici sperimentati sugli animali; pellicce strappate ferocemente; e alimentazione a base di prodotti animali, causa di una somma di crudeltà intrecciate contro animali, umani e ambiente.
Tutto vero, ma non sufficiente forse. In un'interpretazione estensiva, il comportamento cruelty-free, senza crudeltà o vegan che dir si voglia, coincide con la ricerca di un sistema di produzione e consumi che sia

a) nonviolento, ovvero che non aumenta né direttamente né indirettamente la sofferenza di individui umani, animali o vegetali;

b) ecologico, che non distrugge né inquina la natura;

c) egualitario, con un'equa ripartizione delle possibilità che gli umani vivano ovunque degnamente. Ma che cosa vuol dire, nel concreto delle nostre scelte quotidiane e del nostro tentativo di ridurre le sofferenze?

Scelte su cui riflettere


Non si può essere animalisti senza essere ecologisti coerenti (c'è ancora chi commette l'errore di non crederci). La propensione all'eccessivo consumo costa la vita a innumerevoli creature di mare, terra, aria, umani compresi (a causa della fame e della distruzione ambientale). La semplicità di vita pare quindi condizione necessaria del cruelty-free. E perfino della pace, intesa come assenza di guerre; si pensi a quelle condotte per il petrolio o per risorse rare come il coltan, necessario all'ipertrofia dei beni informatici.


Lo spreco di carta e legno è crudele nei confronti degli alberi abbattuti ma anche degli animali di boschi e foreste decimati. Allora, meno carta usa & getta, più carta riciclata, più mobili usati, o di legno certificato.


Allo stesso modo dovrebbe valere la regola seguente: non far fare agli altri il "lavoro sporco": si tratti di ammazzare l'animale da cibo o anche solo di allevarlo o conciarne le pelli. Senza deleghe ai boia, molte violenze cesserebbero di colpo. (Digressione per una bella notizia che comprova quest'assunto: in molti paesi non si trovano più i boia per eseguire la pena di morte e così questa, pur essendo in vigore, non viene più applicata!).


Mangiare vegetale, sì ma chimico? L'agricoltura industriale ha ucciso quasi tutte le rondini, avvelenate dagli insetti divenuti resistenti ai fitofarmaci, e quanti pesci continua ad annientare nei corsi d'acqua ammorbati? La scelta del biologico s'impone, magari abbattendo i costi con un gruppo d'acquisto (un veg-gas) e lavorando per diffondere la veganics: l'agricoltura vegan, ovvero senza allevamenti nemmeno per il concime.


Usare sostanze chimiche a gogò per l'igiene, la cosmetica, il fai da te, purché siano cruelty-free? Ma come la mettiamo con l'inquinamento nelle fasi di produzione e smaltimento? Una vernice vegan è in fondo quella che sa di buccia d'arancia (perché a base di terpene naturale); un detersivo vegan è quello che, oltre a non contenere grassi animali, è biodegradabile al 100%. E via dicendo.


Abbigliamento e calzature. Ovvio "votare e far votare" contro le lancinanti pellicce; c'è forse qualcosa da aggiungere, se non lo stupore per il fatto che malgrado le campagne pubblicità progresso, ancora ci sia chi non si vergogna a portarle? Altrettanto ovvio evitare la seta, prodotto di bachi bolliti vivi, o le stupide perle che torturano molluschi. Un po' meno ovvio considerare che la lana, ricavata dalla tosatura delle pecore, significa per queste ultime ferite e talvolta morte per freddo repentino. Un bel cappotto di cotone imbottito di cotone, allora; è troppo chiedere che sia coltivato bio (senza pesticidi): costa ancora crudelmente. Semmai, ben venga l'usato. Ma senza dubbio il materiale più cruento per gli animali e l'ambiente è il cuoio.
É vero che pelle e cuoio sono sottoprodotti della produzione di carne - e sarà ancora così finché il mondo non si convertirà all'alimentazione nonviolenta (!). E tuttavia:

a) dovremo pur prepararci a un simile mondo;

b) la trasformazione delle pelli che arrivano dai macelli in materiale adatto a scarpe, borse e giacche, è uno dei processi industriali più inquinanti, diremmo mefitici, e si svolge ormai soprattutto nel Sud del mondo in condizioni ancora peggiori. Allora? Per le borse e le giacche non abbiamo bisogno di pelle. Quanto alle scarpe, nella bella stagione si possono usare calzature in tessuto. E in inverno, materiali alternativi al cuoio e al tempo stesso traspiranti e resistenti, come la lorica le associazioni animaliste aiutano per gli indirizzi. Per favore, però, non il Pvc, di cui sono fatte molte scarpe in classica finta pelle (e vendute a caro prezzo come "vegetariane").
Sarà senza animali, ma la sua produzione ammazza la natura con quel che c'è dentro; e poi le scarpe di Pvc - che non hanno grande durata - gettate nel rifiuto indifferenziato, rischiano di essere avviate a un inceneritore, dove il loro materiale si convertirà in diossina.

 

Essere interventisti

"Se non sei parte della soluzione sei parte del problema". Non basta non nuocere, sarebbe meglio agire contro le crudeltà che, noi incolpevoli, ci capitano sotto gli occhi e se possibile anche lontano dagli occhi. Senza diventare dei rompiscatole - ma il rischio è da correre - sarebbe il caso di sensibilizzare su comportamenti la cui natura crudele è magari ben chiara a noi, ma non lo è necessariamente a tutti.


Circhi con animali, zoo, acquari per delfini reclusi, feste cruente, caccia: sono svaghi da disincentivare;

a) parlando ad adulti e bambini di quel che sta dietro;
b) eventualmente agendo presso le autorità locali;
c) aderendo a qualche gruppo di disturbo e/o soccorso.


Animali esotici e nostrani prigionieri nelle gabbie (in case e negozi), cani attaccati a catene: ergastolani a vita. Alcune leggi mitigano la loro prigionia e bisogne agire perché siano applicate nei casi concreti, ma l'azione educativa soprattutto nei confronti dei bambini.


Abbandono di animali, torture su insetti, lucertole ecc.: crudeltà consapevoli ma sottovalutate. Esistono norme di legge, e vanno fatte rispettare. Poi chi può potrebbe dare una mano ai canili non speculativi. Anche far conoscere le possibilità di sterilizzazione gratuita di animali non voluti è importante per ridurre la sofferenza.


Un pianto o un grido sono a volte una richiesta d'aiuto, e si possono esprimere in tante lingue. Anche un cinguettìo, un guaito, o lo sguardo muto di una lucertola o l'urlo senza suono della bocca di un pesce. Come non accorrere a un Sos? Con cautela, per evitare di far peggio. I cuccioli selvatici rischiano di essere abbandonati dalle madri se li tocchiamo. Meglio far intervenire un esperto, in questi casi. Ma ovviamente se il pericolo di morte è imminente, intervenire comunque.


E poi ci sono gli asini. Migliaia, decine di migliaia di asini e di altri equini da lavoro, soprattutto da tiro. Una vecchia storia, superata nel mondo occidentale ma ben attuale nei paesi impoveriti, dove faticano, pesantemente e congiuntamente, umani e animali. Gli equini da tiro dei poveri subiscono un concerto di disgrazie: fatica, ferite, fame, sete, prigionia (quando non sono al tiro sono alla catena). Non è colpa nostra; ma perché negare loro un aiuto? Diversi progetti sostengono l'opera di veterinari locali i quali insegnano ai conducenti a trattare meglio gli animali, produrre dei basti non scorticanti, garantire ore di riposo…nell'interesse degli stessi umani.

Chi volesse altre informazioni su ipotesi e progetti di economia nonviolenta, può scrivere a: sonda@sonda.it

Marinella Correggia è l'autrice del volume Diventare come balsami e la coautrice di Cucina vegetariana dal Sud del Mondo.

 

 
 

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